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IL GIORNO DEGLI ADDII  

(cena sociale, giugno 2003)           

 Il borghetto un tempo popoloso e operoso era rimasto privo di vita. Gabriella si aggirava per le strade deserte e dissestate e temeva di precipitare in  qualche fossa. Aveva paura, non sapeva  a chi rivolgersi né a che santo votarsi. Invocò Santagostino e poco dopo s’imbattè in Flavio, Flavia e Flaviano, la famosa famiglia dei Flavi. Una fortuna davvero insperata! Evidentemente Santagostino era molto potente. “Almeno quanto il conte Attilio!” pensò Gabriella,  e dopo avere salutato i Flavi  chiese notizie degli altri abitanti. I tre non sembravano saperne molto. Poi Flavia avanzò un’ipotesi:”Che si siano trasferiti tutti a Sarno?” “Impossibile - sentenziò Flaviano - nessuno è mai andato oltre Salerno!”. Lui era esperto di carte, catasti e affini e nessuno osava contraddirlo. “Perdon…” Flavio stava per aggiungere qualcosa , ma alle occhiatacce degli altri due finse di scusarsi per uno sbadiglio.

 La luna, placida, seguiva il piccolo gruppo che aveva deciso di fare un giro per il borgo, mentre una stella alta nel cielo, Alfea, sembrava indicare loro la strada…. Poco dopo videro in lontananza un giovane che correva: stava inseguendo un modulo. A guardar bene riconobbero il giovane Gòldin. Lo pregarono di fermarsi: sembrava sconvolto. Raccontò che seguendo uno dei suoi itinerari aveva scoperto ‘ a l’aura sparsi ‘ costumi, maschere, travestimenti… Non smetteva di chiedersi e di chiedere. “Di chi saranno? Di chi possono essere?”  “Di Paolo! “ risposero in coro e con assoluta certezza i Flavi. Il giovane Gòldin , liberato di un dubbio più gravoso di un vassallo di sua conoscenza, ringraziò la compagnia e cominciò a camminare di buona d’alena  perché ‘conobbe in lontananza il tremolar della marina’.

Strada facendo fu colpito da un uomo, che riconobbe subito appartenere all’Arte degli Entomologi e Agrimensori. Indossava infatti la divisa d’ordinanza: canottiera, pantaloncini corti con sgambatura inguinale e borsa di plastica, simile a quella della spesa. L’uomo, che era uno dei membri anziani e, a quello che si diceva, il più dotto, stava osservando un esemplare che si era posato su una vite. All’avvicinarsi del giovane Gòldin  la farfalla volò e il sospetto dell’uomo divenne certezza: si trattava di una specie non ancora classificata. Infatti non solo la farfalla aveva le ali insolitamente frastagliate e dai colori stravaganti, ma il suo volo non aveva eguali: gli ricordava vagamente il volo dei palloni da rugby osservati in gioventù.

Bisognava battezzarla. Il primo nome che gli venne in mente fu Franksinatra, ma poi non gli parve sufficientemente leggiadro e allora optò per il secondo: Gesiotto.

Tra i Flavi e Gabriella , intanto si era accesa un’amara discussione: qual era la moneta in vigore nel borghetto? “Franchi!” sosteneva Gabriella, annusando con sufficienza la rosa che aveva raccolto da un cespuglio fiorito. “Non ci son più che de marchi !” sostenevano i Flavi, che per l’occasione avevano assunto un’inflessione lievemente romanesca. La questione non sembrava avere fine, quando da un vicolo costeggiato di meli,  con un doppio salto mortale, sbucò Carlo. Fu subito richiesto di un parere. Carlo assegnò il vittorino ( non poteva certo dirsi una vittoria!) ai Flavi e fu da loro portato in trionfo e acclamato:”Hip,Hip Hip …Carrà!”. Gabriella era scomparsa silenziosamente. D’altra parte, in un borgo dove si aggiravano ormai pochi superstiti, la questione non aveva più molta importanza.

La notte piombò ruvida sul borghetto, le poche voci tacquero. L’aria era impregnata di un intenso profumo di addii.

 

 

Nessuno seppe mai dire dove si trovasse quella sera Michielin, uno dei pochi superstiti, né, tantomeno che cosa stesse facendo.

 

 

Treviso,    giugno 2003        

La cantastorie di Cabilot