Carbonera Matteo Stefanelli, il
carabiniere di Biban di Carbonera rimasto ferito nell'attentato di Nassiriya, è tornato a
casa. Dimesso dall'ospedale romano del Celio, può adesso godere la tranquillità della
famiglia, nella villetta di via Don Minzoni dove risiede. E' egli stesso che viene ad
accoglierci al cancello, in tuta blu, e quasi si scusa di riceverci a quel modo ma in casa
ci sono delle visite e preferisce parlare così, all'aria aperta.
Sulla fronte abbronzata sono ancora evidenti le cicatrici delle ferite che si è
procurato quando è avvenuta l'esplosione causata dall'attentato. In quel momento egli era
di guardia sul tetto, racconta, nel turno 8 - 12 e dopo quanto accaduto, essendo ferito,
le prime cure le ha avute proprio da gente del luogo.
«Ho visto tutto - dice con sguardo serio e stringendo le mascelle - e la rabbia che ho
provato è stata tanta, soprattutto per non aver fatto in tempo ad intervenire. Poi il
dolore per chi è morto, vicino a me e ai miei commilitoni, impotenti di fronte alla
rapidità e alla violenza dell'attentato. Quando mi hanno portato via, ferito, ho provato
per qualche momento un senso di abbandono: senza arma, senza la presenza dei miei
commilitoni, con negli occhi il fuoco dell'esplosione e nel cuore il dolore fisico e
morale per quello che avevo appena vissuto».
Cosa ricorda dopo?
«Ho visto iracheni piangere per quello che ci era capitato; in fondo la gente del
luogo è buona gente; noi avevamo un bel rapporto con i bambini che ci venivano a chiedere
l'acqua e gliela davamo volentieri».
Da quanti giorni era in Iraq?
«Da circa un mese, ero arrivato verso il 20 di ottobre. E mi ero subito ambientato
perché la vita militare per un carabiniere è facile da affrontare. In precedenza avevo
anche fatto esperienza in Kosovo: la guerra la conoscevo in un certo senso. Certo, la
gioia più bella è stata quella di poter riabbracciare i miei genitori. Sono figlio unico
e si può ben capire come possano sentirsi due genitori che sanno di avere un figlio
laggiù, in quei luoghi».
Ritornerebbe?
«Non si può mai dire mai, se i miei superiori mi dovessero rimandare.. Ma adesso
penso a stare un po' con i miei».
Una stretta di mano sincera ed un saluto. Matteo Stefanelli rientra in casa con passo
sicuro e lesto, a rituffarsi nei suoi affetti familiari. Un suo compagno di scuola ha
detto di lui: «Al Palladio , quando frequentavamo,
lui era uno che affrontava le situazioni di petto, anche quando sapeva che avrebbe
incontrato qualche difficoltà. Era determinato e sicuro. Aveva la stoffa dell'uomo
coraggioso».
Remo Cattarin