Treviso
Il 27 gennaio del 1945 l'Armata Rossa abbatteva i cancelli di
Auschwitz ed entrava nel campo di sterminio liberando i sopravvissuti.
Dal 2000 la giornata viene commemorata in Italia con il "Giorno della
memoria", per non dimenticare la Shoah, le leggi razziali, la
persecuzione dei cittadini ebrei, gli italiani che subirono la
deportazione, ma anche coloro che si opposero al progetto di sterminio.
L'Istresco (l'Istituto per la storia della Resistenza e della società
contemporanea della Marca trevigiana) per il secondo anno consecutivo,
propone di rendere attuale e vicino il "Giorno della Memoria",
ricordando un luogo trevigiano della memoria della deportazione. Il
campo di Monigo, oggi caserma "L. Cadorin". Tra il luglio 1942 e
settembre 1943 la caserma venne adibita a campo per l'internamento di
popolazione civile slava a seguito dell'occupazione militare della
provincia di Lubjana.
A Monigo, nel periodo di massimo affollamento vi furono segregate,
secondo dati indicati dalla Santa Sede, 3500 persone che, soprattutto
nell'inverno 1942-43, patirono gli stenti, la fame e il
sovraffollamento, divenendo facili vittime di malattie contagiose che
provocarono decine di decessi. Alla chiusura del campo, nel settembre
del 1943, si contarono 187 morti, 54 dei quali bambini, seppelliti nel
cimitero maggiore di S. Lazzaro, in due fosse comuni.
A raccontare agli alunni dell'Istituto "A.
Palladio " e della Scuola Media "L. Coletti" ciò che ha visto
e vissuto sarà Devana Lavrencic, una signora, allora ragazza, che ha
assistito alla deportazione di tanti suoi amici che frequentavano il
liceo di Novo Mesto. L'obiettivo è quello di realizzare una ricerca che
veda protagonisti gli alunni degli Istituti superiori trevigiani e di
Novo Mesto e Lubjana. Di alcuni non sarà più possibile registrare la
voce. Il fidanzato della sorella di Devana, internato a Treviso e subito
dopo partigiano comunista, venne assassinato dai nazionalisti, tradito
probabilmente da chi era stato con lui a Monigo. Ci sarà anche una voce
trevigiana, individuata dopo tante ricerche e raccolta in queste
settimane. Luigina Nicoletti, che abitava nei pressi del campo, ricorda
i contatti con le donne "che venivano a casa nostra, perché avevano un
permesso per venir fuori e venivano a farsi dei dolci. Noialtri avevamo
il forno a casa, nella nostra cucina, invece in caserma non potevano e
se potevano, quando ne avevano, vendevano anche".
Ma insieme a questo appuntamento molti altri ce ne sono in provincia,
tutti tesi a non dimenticare, a ricordare gli orrori di uno sterminio
pianificato, organizzato, che ancora oggi desta raccapriccio.
V.L.