Mercoledì, 28 Gennaio 2004
IL GAZZETTINO
 
 
La fame che non passava mai, le ...
 
La fame che non passava mai, le precarie condizioni di vita nel campo di concentramento, il chiodo fisso di tornare in Slovenia per terminare gli studi.

"Siamo tutti studenti di Novomesto arrivati il 20 luglio 1942. Siamo 56 in una stanza. A Monigo non possiamo andare come nel nostro paese. Abbiamo un grande appetito ma non riusciamo a placarlo, la croce rossa non riceve i pacchi. Ho conosciuto la miseria della vita e la lotta per il pane quotidiano. Spero di tornare a casa".

Questo raccontano le lettere di un ragazzo di diciassette anni sloveno scritte in una lingua che non era la sua per non nascondere nulla alla censura del regime. Al tempo era studente del liceo ginnasio di Novomesto, in Slovenia, e la sua corrispondenza inviata dal campo di concentramento di Monigo tra l'estate del 42 e la primavera del '43 era destinata a una ragazza tredicenne del suo paese di cui era innamorato. Stralci di quelle lettere d'amore giovanile e di sofferenza, conservate dalla ragazza di allora fino a oggi, sono stati letti ieri mattina agli studenti del Palladio e delle scuole medie Coletti nel corso della celebrazione della giornata della memoria che si è svolta al Palladio . Finora la signora Devana Cannata Lavrencic le aveva custodite solo nei suoi ricordi. Ieri sono diventate per gli studenti presenti segno tangibile delle brutture della deportazione di civili sloveni. A Treviso avvenuta alle porte della città dove oggi si trova la caserma Cadorin, trasformata in campo di concentramento negli anni dell'occupazione italiana in Slovenia. In diversi momenti del suo internamento, il giovane scriveva così alla sua amica del cuore: "Le lettere sono aride e monotone come qui la nostra vita. Speravo di tornare a Pasqua, ho aspettato invano. Penso a finire presto la scuola ma la gente intrusa in Slovenia me lo impedisce". Ieri la signora Cannata Levrencic è entrata per la prima volta nel luogo dove erano stati deportati i circa 50 studenti del liceo. La signora Devana con a fianco il fratello del fidanzato della sorella, internato a Treviso e subito dopo assassinato dai nazionalisti sloveni, ha deposto un mazzo di garofani rossi, simbolo del suo paese, dopo che erano state intonate le note del silenzio in ricordo delle vittime della Shoah e di tutte le deportazioni. Ad fare gli onori di casa il comandante della caserma Cadorin, il colonnello Salvatore Alboré e l'assessore provinciale alla cultura Marzio Favero. Con lei anche gli studenti incontrati ieri ai quali ha raccontato come in una calda notte dell'estate del '42 una ragazza di tredici anni ha visto catturare, far salire sui camion e deportare a Monigo tutti i suoi compagni di scuola più grandi.

Alessandra Vendrame