La fame che non
passava mai, le precarie condizioni di vita nel campo di concentramento,
il chiodo fisso di tornare in Slovenia per terminare gli studi.
"Siamo tutti studenti di Novomesto arrivati il 20 luglio 1942. Siamo
56 in una stanza. A Monigo non possiamo andare come nel nostro paese.
Abbiamo un grande appetito ma non riusciamo a placarlo, la croce rossa
non riceve i pacchi. Ho conosciuto la miseria della vita e la lotta per
il pane quotidiano. Spero di tornare a casa".
Questo raccontano le lettere di un ragazzo di diciassette anni
sloveno scritte in una lingua che non era la sua per non nascondere
nulla alla censura del regime. Al tempo era studente del liceo ginnasio
di Novomesto, in Slovenia, e la sua corrispondenza inviata dal campo di
concentramento di Monigo tra l'estate del 42 e la primavera del '43 era
destinata a una ragazza tredicenne del suo paese di cui era innamorato.
Stralci di quelle lettere d'amore giovanile e di sofferenza, conservate
dalla ragazza di allora fino a oggi, sono stati letti ieri mattina agli
studenti del Palladio e delle scuole
medie Coletti nel corso della celebrazione della giornata della memoria
che si è svolta al Palladio . Finora
la signora Devana Cannata Lavrencic le aveva custodite solo nei suoi
ricordi. Ieri sono diventate per gli studenti presenti segno tangibile
delle brutture della deportazione di civili sloveni. A Treviso avvenuta
alle porte della città dove oggi si trova la caserma Cadorin,
trasformata in campo di concentramento negli anni dell'occupazione
italiana in Slovenia. In diversi momenti del suo internamento, il
giovane scriveva così alla sua amica del cuore: "Le lettere sono aride e
monotone come qui la nostra vita. Speravo di tornare a Pasqua, ho
aspettato invano. Penso a finire presto la scuola ma la gente intrusa in
Slovenia me lo impedisce". Ieri la signora Cannata Levrencic è entrata
per la prima volta nel luogo dove erano stati deportati i circa 50
studenti del liceo. La signora Devana con a fianco il fratello del
fidanzato della sorella, internato a Treviso e subito dopo assassinato
dai nazionalisti sloveni, ha deposto un mazzo di garofani rossi, simbolo
del suo paese, dopo che erano state intonate le note del silenzio in
ricordo delle vittime della Shoah e di tutte le deportazioni. Ad fare
gli onori di casa il comandante della caserma Cadorin, il colonnello
Salvatore Alboré e l'assessore provinciale alla cultura Marzio Favero.
Con lei anche gli studenti incontrati ieri ai quali ha raccontato come
in una calda notte dell'estate del '42 una ragazza di tredici anni ha
visto catturare, far salire sui camion e deportare a Monigo tutti i suoi
compagni di scuola più grandi.
Alessandra Vendrame