Venerdì, 9 Febbraio 2007
IL GAZZETTINO
 
 
Don Ciotti: dannosi internet e cellulari
Di fronte a oltre 500 studenti il sacerdote ha parlato anche di carcere, droga e violenza negli stadi
«La legalità è la saldatura tra la responsabilità personale e la giustizia che deve venire dallo Stato e dalle amministrazioni. Non si può chiedere solo allo Stato di fare la sua parte. La legalità chiede la nostra coerenza». È stata una chiacchierata tra amici, quella di ieri tra don Luigi Ciotti e i 500 studenti trevigiani che lo hanno incontrato all'istituto Palladio . Il sacerdote di origine bellunese, fondatore del gruppo Abele, ha avviato così il confronto diretto sui temi della legalità con gli studenti del Laboratorio Scuola e volontariato, il percorso attivo da qualche anno nelle scuole superiori della Marca allo scopo di educare i giovani all'impegno nel sociale e alla solidarietà. I temi affrontati in tre ore sono quelli forti del carcere, della mafia, della droga, delle violenza negli stadi, delle relazioni schiacciate dai telefonini, affrontati da un sacerdote che da quasi quarant'anni guarda in faccia il disagio sociale e l'emarginazione scuotendo le coscienze: «Non dobbiamo aspettare di essere adulti per metterci in gioco - ha detto - il rispetto delle regole e la legalità cominciano dalle piccole cose». Se la violenza agli stadi e la droga per don Ciotti sono "ladri di ragazzi, perché rubano le cose più belle che hanno i giovani", i telefonini e internet sottraggono tempo e parole alle relazioni umane: «Se 15 anni fa il vocabolario dei giovani contava 1600 parole, adesso ne conta 600. Il telefonino ha schiacciato e travolto la comunicazione. Mentre internet fa viaggiare in un mondo virtuale in solitudine». La provocazione a continuare a coltivare la legalità a partire dal vissuto quotidiano continua: «L'impegno è fatto di piccole cose. Siate capaci di vedere, non solo di guardare. Di ascoltare, non solo di sentire. Di capire, non solo di sapere. E soprattutto siate "analfabeti", nessuno si senta mai arrivato». Nel tono confidenziale che prende piede con gli studenti trevigiani, c'è lo spazio per raccontare i primi giorni di scuola dello scolaro Ciotti Luigi, figlio di emigranti bellunesi, preso di mira per la sua provenienza: «La mia famiglia non mi poteva mandare a scuola con il grembiule e con il fiocco. E per questo sono stato emarginato. Un giorno in cui la maestra era un po' più nervosa mi ha chiamato "montanaro". Io le ho tirato addosso un calamaio centrandola in pieno. Per questo sono stato espulso dalla scuola e ho meritato la punizione di mia madre». Oggi don Luigi Ciotti prenderà ancora sottobraccio la gioventù trevigiana. Questa volta si tratterà dei ragazzi detenuti del carcere minorile di Santa Bona.

Alessandra Vendrame