| Treviso, martedì 28 novembre 2000, S. Giacomo |
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| TREVISO | Viaggio
all'interno dell'Itis «Fermi» occupato. Gli studenti: «Niente a che vedere con il '68» Autogestione stile college Servizio d'ordine, fumo vietato, lezioni di musica Per entrare occorre esibire i documenti I ragazzi restano in aula per compilare questionari Per favore, non chiamatela autogestione. E se lo fate non pensate al Sessantotto: le aule fumose, le discussioni politiche, la mancanza di regole come segno di liberazione. Quello che sta succedendo nelle scuole cittadine, a cominiciare da ieri mattina, è esattamente l'opposto. Anche per questo, per distinguere la loro autogestione da esperienze appartenenti ad un passato prossimo o remoto che sia, gli studenti dell'istituto tecnico industriale Fermi l'hanno battezzata «Sensibilizzazione». «Abbiamo pensato di chiamarla "sensibilizzazione", anche se poi parliamo anche di autogestione, perché vogliamo approfondire e discutere gli argomenti che abbiamo scelto: razzismo, bioetica e sicurezza stradale». «Si tratta di temi importanti che ci toccano da vicino - spiega Alessandro Cenedese, presidente della Consulta provinciale degli studenti e punto di riferimento di questa "pantera" che allunga zampate di velluto - La nostra non è un'iniziativa di protesta: ci interessa soprattutto discutere e far emergere il punto di vista degli studenti». Già, il punto di vista dei giovani. Merce rara di questi tempi, saturi soprattutto di cattive notizie sui giovani. Messa così, la zampata della pantera piace anche ai professori: «Fa piacere vedere i ragazzi che sviluppano progetti con la loro testa: mi sembra che stiano facendo un lavoro serio - commenta la professoressa Gabriella Poliak - del resto il rischio che si corre oggi a scuola, dico la mia opinione, è quello di fare tanti piccoli soldatini tutti uguali. Il protagonismo, se ben gestito, può davvero essere un elemento di crescita». E vediamolo, allora, questo protagonismo che fa crescere. Siamo andati a scoprire qual è il Dna di queste autogestioni scolastiche, nell'istituto che fa da apripista. La puntata precedente è stata la massiccia manifestazione antirazzista di sabato 18. E adesso, dicono gli studenti, è ora di approfondire. Il primo segno distintivo dell'autogestione in corso al Fermi è l'ordine. Arrivi all'ingresso, lungo via S.Pelaio, e capisci subito che dentro all'istituto non sono in corso regolari lezioni. Cartelli disegnati a spray, ragazzi chiassosi, canti e solgan? Macché: ci sono gli addetti al servizio d'ordine all'ingresso che controllano chi entra e, semmai qualcuno ci provasse, anche chi esce. L'atrio: deserto. Il bar della scuola: due ragazze che bevono il caffé. E l'autogestione? «Su ai piani» spiegano. Si va. Al primo piano, altro «blocco» che pare un passaggio di frontiera. «Chiediamo i documenti a tutti quelli che escono, magari per andare a parlare coi professori - dice Andrea - lo facciamo perché ci siamo impegnati, anche per iscritto, a garantire per la sicurezza nella scuola. Non è stato il preside a chiederlo: è una nostra iniziativa. E poi badiamo che nessuno perda tempo». Niente perditempo: e niente fumatori. Per comunicare tra loro, a distanza, c'è l'onnipresente telefono cellulare. Altro che '68: non una cicca per terra, lungo i corridoi del Fermi, mentre l'organizzazione corre sulle onde magnetiche dei telefonini. «Se troviamo qualcuno che fuma lo mandiamo fuori - spiega Alessandro Cenedese - e se quelli del servizio d'ordine vedono confusione in giro, mandano i ragazzi in classe». «Sembra facile tenere una scuola come questa, ma non è così - aggiunge - ci vogliono regole e un po' di esperienza». Giù, un po' defilata, c'è la novità di cui i ragazzi vanno più orgogliosi. Un'aula di musica. «Fa parte delle attività didattiche organizzate dagli studenti coi fondi riservati - spiega Cenedese - gli strumenti li ha comprati la scuola che adesso dovrà far insonorizzare un'aula. Non facciamo veri e propri corsi: chi sa già suonare insegna agli altri. Perché qui da noi l'aula di musica? Proprio per andare oltre le nostre competenze tecniche». E non siamo ancora al dunque: perché il cuore della «sensibilizzazione», qui al Fermi, batte per i contenuti, i temi della discussione. Mai come quest'anno uno scavo nelle coscienze. «Con la collaborazione di alcuni professori abbiamo elaborato questionari sui tre temi in discussione - spiega Cenedese - la cosa più importante di questi sette giorni sarà fare informazione e far emergere l'opinione degli studenti sui filoni che abbiamo scelto. I dati ci servono anche per facilitare il lavoro dei relatori che abbiamo intenzione di invitare a scuola». Di bioetica parlerà un laureando in biologia che si occupa del tema, mentre per l'educazione stradale verrà invitato un esperto della Motorizzazione civile. Nel frattempo mille discussioni, coordinate dai ragazzi di quarta e quinta, animano le classi. «Abbiamo parlato dei rischi che corre chi non usa il casco - spiegano i ragazzi di una classe - fare discorsi sui principi non serve a nulla. Si fa molta più sensibilizzazione parlando di cosa è capitato a quel tale che è caduto». E non si creda che siano parole al vento. Ogni coordinatore di classe è infatti tenuto a consegnare una sintesi al Comitato studentesco: un gruppo di elaborazione fatto da ragazze. E i risultati? «E' presto - sentenziano i ragazzi - e il lavoro va fatto bene anche perché un paio di istituzioni, golose di sapere cosa pensano questi quindicenni dell'alta velocità o del razzismo o della pecora Dolly, hanno già prenotato il lavoro». |
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