09-02-07, pag. 18, Cronaca

Il fondatore del gruppo Abele ha parlato di legalità a 400 studenti incantati
La lezione di don Ciotti: no alla violenza

«Sono stato espulso da scuola dopo venti giorni di prima elementare»


 

  Quattrocento studenti a bocca aperta di fronte a don Ciotti. Nell’aula magna dell’istituto tecnico Palladio il sacerdote di origini bellunesi, fondatore del Gruppo Abele e presidente di «Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie», ha parlato per quasi tre ore di fronte a un pubblico giovanissimo e molto attento. Don Ciotti ha parlato ai ragazzi della sua difficile adolescenza da «immigrato» a Torino, dove a sei anni è stato espulso da scuola per uno scatto d’ira contro la maestra. Il sacerdote ha poi parlato del dramma di Cartania, della morte del poliziotto Filippo Raciti per la quale è indagato un diciassettenne: «La violenza negli stadi è figlia della società adulta. Comunque paghi chi ha sbagliato, adulto o minore che sia».  Da più di quarant’anni si occupa di emarginazione giovanile. Dal 1968 promuove interventi all’interno degli istituti penali minorili e nel 1974 apre la prima comunità di accoglienza e ascolto. Don Ciotti ha trascorso la maggior parte della sua vita sulla strada ad aiutare i più giovani in difficoltà, salvandoli dalla dipendenza dall’alcol e dalla droga. E ieri è tornato a Treviso nell’ambito di un convegno intitiolato «Come i giovani possono essere promotori di legalità» ospite del Coordinamento delle associazioni di volontariato. Questa mattina il sacerdote incontra i ragazzi detenuti nell’istituto penale minorile di Santa Bona.   Don Ciotti, a Catania un ragazzo di diciassette anni è indagato per la morte del poliziotto Filippo Raciti. Molti altri minorenni sono stati fermati dopo la partita Catania-Palermo. Qual è il motivo di tanta violenza da parte dei più giovani?   «E’ la società adulta che deve fermarsi e riflettere sul modello che offre ai propri figli. Bisogna che lo sport esca dalla spirale di corruzione e violenza in cui è precipitato. Quel poliziotto era una brava persona. E’ stato ucciso da chi era andato allo stadio per creare solamente il caos. Il modo migliore per ricordarlo è la certezza della pena per chi ha sbagliato, adulto o minore che sia».   Si parla sempre più di bullismo all’interno di aule scolastiche. Alcuni casi riguardano studenti di tredici o quattordici anni. La colpa è dovuta alla mancanza di strumenti per adoperare le nuove tecnologie sempre più presenti nella vita di tutti i giorni?   «I telefonini e internet non sono pericolosi in sè, lo diventano quando si trasformano in forme di dipendenza. Ma è un altro aspetto che voglio sottolineare: chi commente un gesto contro un’altra persona, una violenza verbale o fisica, può sempre superarlo e dire “è stata una bravata”, mu chi la violenza la subisce i segni non si cancellano più».   Lei si è sempre impegnato nel recupero dei ragazzi dalla droga e nella lotta alla mafia.   «Esorto i giovani a capire che il traffico di droga è il più grande mercato che la mafia gestisce e che è direttamente rivolto contro di loro. Dire no agli stupefacenti è l’arma migliore che i ragazzi hanno per combattere la mafia».  Agli studenti che l’ascoltavano don Ciotti ha parlato della sua giovinezza a Torino da «immigrato». «Mio padre faceva l’operaio - ha detto - e noi abitavamo in una baracca all’interno del cantiere in centro città. Dovevo andare a scuola, in prima elementare, con il grembiule e il fiocco, ma non potevamo permettercelo. La maestra mi mise in primo banco. Un giorno l’insegnate era nervosa e, al posto di riprendere tutta la classe perchè faceva confusione, riprese solo me. Feci un gesto stupito con la mano e lei mi riprese con ancora più forza. Infuriato le lanciai contro il calamaio macchiandole di inchiostro tutto il vestito. Io sbagliai e venni espulso da scuola. Ma i genitori dei miei compagni dissero loro di non frequentarmi più, senza interrogarsi sui motivi che mi avevano spinto a quel gesto. Per loro ero un teppista da evitare. Da allora sono cambiato ma i segni di quell’esclusione li sento ancora».