«Sono stato espulso da scuola dopo venti giorni di prima elementare»
Quattrocento studenti a bocca aperta di fronte a don Ciotti. Nell’aula
magna dell’istituto tecnico Palladio il
sacerdote di origini bellunesi, fondatore del Gruppo Abele e presidente
di «Libera-Associazioni, nomi e numeri contro le mafie», ha parlato per
quasi tre ore di fronte a un pubblico giovanissimo e molto attento. Don
Ciotti ha parlato ai ragazzi della sua difficile adolescenza da
«immigrato» a Torino, dove a sei anni è stato espulso da scuola per uno
scatto d’ira contro la maestra. Il sacerdote ha poi parlato del dramma
di Cartania, della morte del poliziotto Filippo Raciti per la quale è
indagato un diciassettenne: «La violenza negli stadi è figlia della
società adulta. Comunque paghi chi ha sbagliato, adulto o minore che
sia». Da più di quarant’anni si occupa di emarginazione giovanile. Dal
1968 promuove interventi all’interno degli istituti penali minorili e
nel 1974 apre la prima comunità di accoglienza e ascolto. Don Ciotti ha
trascorso la maggior parte della sua vita sulla strada ad aiutare i più
giovani in difficoltà, salvandoli dalla dipendenza dall’alcol e dalla
droga. E ieri è tornato a Treviso nell’ambito di un convegno intitiolato
«Come i giovani possono essere promotori di legalità» ospite del
Coordinamento delle associazioni di volontariato. Questa mattina il
sacerdote incontra i ragazzi detenuti nell’istituto penale minorile di
Santa Bona. Don Ciotti, a Catania un ragazzo di diciassette anni è
indagato per la morte del poliziotto Filippo Raciti. Molti altri
minorenni sono stati fermati dopo la partita Catania-Palermo. Qual è il
motivo di tanta violenza da parte dei più giovani? «E’ la società
adulta che deve fermarsi e riflettere sul modello che offre ai propri
figli. Bisogna che lo sport esca dalla spirale di corruzione e violenza
in cui è precipitato. Quel poliziotto era una brava persona. E’ stato
ucciso da chi era andato allo stadio per creare solamente il caos. Il
modo migliore per ricordarlo è la certezza della pena per chi ha
sbagliato, adulto o minore che sia». Si parla sempre più di bullismo
all’interno di aule scolastiche. Alcuni casi riguardano studenti di
tredici o quattordici anni. La colpa è dovuta alla mancanza di strumenti
per adoperare le nuove tecnologie sempre più presenti nella vita di
tutti i giorni? «I telefonini e internet non sono pericolosi in sè, lo
diventano quando si trasformano in forme di dipendenza. Ma è un altro
aspetto che voglio sottolineare: chi commente un gesto contro un’altra
persona, una violenza verbale o fisica, può sempre superarlo e dire “è
stata una bravata”, mu chi la violenza la subisce i segni non si
cancellano più». Lei si è sempre impegnato nel recupero dei ragazzi
dalla droga e nella lotta alla mafia. «Esorto i giovani a capire che
il traffico di droga è il più grande mercato che la mafia gestisce e che
è direttamente rivolto contro di loro. Dire no agli stupefacenti è
l’arma migliore che i ragazzi hanno per combattere la mafia». Agli
studenti che l’ascoltavano don Ciotti ha parlato della sua giovinezza a
Torino da «immigrato». «Mio padre faceva l’operaio - ha detto - e noi
abitavamo in una baracca all’interno del cantiere in centro città.
Dovevo andare a scuola, in prima elementare, con il grembiule e il
fiocco, ma non potevamo permettercelo. La maestra mi mise in primo
banco. Un giorno l’insegnate era nervosa e, al posto di riprendere tutta
la classe perchè faceva confusione, riprese solo me. Feci un gesto
stupito con la mano e lei mi riprese con ancora più forza. Infuriato le
lanciai contro il calamaio macchiandole di inchiostro tutto il vestito.
Io sbagliai e venni espulso da scuola. Ma i genitori dei miei compagni
dissero loro di non frequentarmi più, senza interrogarsi sui motivi che
mi avevano spinto a quel gesto. Per loro ero un teppista da evitare. Da
allora sono cambiato ma i segni di quell’esclusione li sento ancora».
