Stirling & Wilford - Ampliamento del Fogg Museum
Progetto di James Stirling e Michael Wilford con Ulrich Schaad;
Perry, Dean, Stahl and Rogers associates, Boston.Indice argomenti. Pagina seguente. >
Nella nuova estensione del Fogg Museum a Cambridge,
Massachussetts, Stirling sperimenta "una composizione di elementi quotidiani riconoscibili da un uomo comune e non solo da un architetto".
"In the new extension of the Fogg Museum in Cambridge, Massachussetts, Stirling tries out "a composition of everyday elements recognisable by the common man and not just the architect".
Figura 1. Studio per lo spazio espositivo al primo piano (study for the exbibition space on the fírst floor).
Il progetto per l'ampliamento del Fogg Museum di Harvard è pervenuto insieme ad una numerosa serie di schizzi e studi preparatori; questa analisi si basa su questa documentazione non ancora esecutiva. Gli studi preparatori sono varianti sul tema classico dell'edificio d'angolo; ma ad un primo esame appare chiaro che la sequenza delle soluzioni porta sostanzialmente all'elusione di quello che sembrava il tema centrale: quell'angolo retto, che Pacioli chiamava angulum iustitiae, non sarà il "protagonista" della planimetria. Sembra che, dopo un iniziale tentativo di evidenziarlo come nodo di cerniera, l’angolo sia subordinato al tema entrata-atrio svolto sul lato maggiore del corpo principale. Solo quando l’entrata si ordina sull'asse longitudinale, il tema dell'angolo riappare con soluzioni a sale ottagonali o circolari, ma ormai svuotato del sistema di circolazione verticale. Fissato il luogo e direzione dell'entrata, non rimane che risolvere con un gesto decisivo il collegamento dei tre piani d'esposizione. Ecco l’idea: dall’atrio tetrastilo si innalza una scalinata a tutta altezza che una struttura metallica a vetri separa dal cielo. Il tema dell'angolo diventa così una sorta di "cadenza evitata" nello schema generale e l'elusione un principio compositivo. Tutto ciò che non e saldamente connesso al grande tema della scalinata monumentale perde magicamente il proprio luogo con un artificio da prestigiatore: il disegno della parete principale su strada ritorna all’interno. Dentro e fuori si identificano; ciò che sta in mezzo, gli uffici, virtualmente si dissolve. La stessa connotazione casuale dei buchi-finestra lascia quella parte dell’edificio senza particolare rilievo. In questo progetto Stirling mostra come non sia necessario dire tutto, sempre e comunque. Una cadenza evitata, l'elusione, è spesso più oscura di un "enigma intriso di silenzio". Ma certamente bisogna essere grandi maestri per non perdersi nell’incertezza che ci attende in fondo alle infinità dello sperimentalismo. E’ necessario, come diceva Andrea Palladio, essere "da naturale inclinatione guidato". Stirling evidenzia queste qualità dimostrandoci ancora una volta quella sua naturalezza nel riprendere accordi anche lontani e apparentemente inconciliabili, per poi sottometterli alle sue "delicate catastrofi volumetriche". Così la memoria della loosiana casa di Josephine Baker trascorre sulla facciata a strisce, fino alle colonne-areatori che ci riconducono alla viennese Postsparkassenamt di Wagner, per poi salire quella interminabile scalinata così vicina al Tessenow di Hellerau. Ma se queste considerazioni possono essere ritenute solo arbitrarie evocazioni, esse ci hanno nondimeno portato nel cuore di un problema cruciale per l’architettura recente di Stirling e per tanta parte dell’architettura contemporanea: la citazione, l'uso della storia. Si può dire che in questo progetto Stirling abbia saputo tenere legate insieme con maestria evocazioni storiche lontane e contestuali. Ma se l'aderenza al contesto lo aveva portato ad una grandiosa rinuncia formale nel progetto di Houston, qui nella facciata d'entrata la cornice di falsi conci in stucco "suona" eccedente. Per un orecchio europeo fuori scala e monumento non hanno lo stesso timbro e questa uscita, che ci promette un grande balzo, tutto sommato, "attraversa" solo una strada. Tuttavia il messaggio passa con chiarezza. Contrariamente ai post americani, James Stirling sa benissimo che l'appartenenza ad un contesto culturale si decide nella rappresentazione e che essa è realistica non tanto per la quantità di informazione o per le sue qualità imitative, ma solo ed esclusivamente per la facilità con la quale è trasmessa. E’ proprio questa apparente la facilità che con conduce la nostra abitudine a riconoscere il sistema simbolico di riferimento che Stirling esplicita nella sua architettura. In un discorso tenuto a Persepoli nel 1974 Stirling diceva: "l'intero edificio sarà pensato come una composizione di elementi quotidiani riconoscibili da un uomo comune e non solo da un architetto". Ecco allora spiegata l'eccedenza storica della cornice all’entrata. Si tratta di quel realismo che in tutti i suoi progetti porta al senso comune gli elementi simbolico-funzionali: prese d'aria, scale a chiocciola, lucernari a tronco di piramide, colonne a fungo, ringhiere tubolari e più recentemente citazioni classiche. Ma se è lecito a un architetto come Stirling dire, con Algarotti, "del vero più bella è la menzogna", sarebbe più opportuno lasciare i falsi conci di stucco alla "tragica spensieratezza" dei post-moderni americani.
Figura
2. Studi per la colonna di entrata al primo piano di
esposizione (studies for the column at che entrance to the first floor
exhibition space).